Giuseppe Spagnulo.

Alchimie del fuoco

a cura di Silvia Pegoraro
13 luglio - 18 agosto 2002

Giuseppe Spagnulo (Grottaglie, 1936), uno dei maggiori scultori contemporanei italiani, dopo essere stato allievo nella bottega del padre ceramista e negli anni ‘50 dell’Istituto della Ceramica di Faenza e dell’Accademia di Brera, frequenta a Milano Lucio Fontana, Arnaldo Pomodoro, Tancredi e Piero Manzoni. Nel 1965 realizza la sua prima personale con piccole sculture in grès. Abbandonata la creta, Spagnulo inizia ad essere assiduo di altiforni e laboratori dove fonde i Grandi ferri. Realizza Archeologia e Paesaggi per la mostra del 1977 al Newport Art Museum e poi intraprende alcuni viaggi nel Mediterraneo alla ricerca di radici e miti che sente suoi e a cui si ispira per opere di nuovo realizzate in ceramica, come l’imponente Turris del 1982 poi forgiata in ferro, materiale cui ritorna alla fine degli anni ’80, quando riprende il tema dei Ferri spezzati. Titolare della cattedra di scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Stoccarda fin dai primi anni ’90 (ma vive e crea a Milano), Spagnulo con la sua arte guadagna successi nei musei e nelle gallerie e riconoscimenti della critica quali il “Premio Faenza alla carriera” e il Premio al Concorso Internazionale d’arredo urbano di Milano, ottenuto per la realizzazione di Scogliere, una scultura formata da cinque enormi blocchi d’acciaio, collocata nello spazio antistante il Teatro degli Arcimboldi.
“Quando mi si chiede che cosa mi distingue da uno scultore americano, rispondo: non l’uso dei materiali, non la forma o il concetto di modernità, ma il fatto che sono nato in Puglia”. Con questa affermazione Spagnulo delimita geograficamente e rivendica le sue ascendenze culturali che, se possono senz’altro definirsi mediterranee, risentono a maggior ragione dell’humus delle regioni ioniche della Magna Grecia. Figlio di tanta cultura, l’Artista non poteva non essere affascinato dal mito-mistero della materia della quale già venticinque secoli fa i filosofi ionici scandagliarono l’essenza. Da allora il concetto di materia ha subito profonde variazioni e, nella sua relazione con la forma, ha segnato l’arte di Spagnulo. Essa si può identificare infatti nel tentativo, continuamente perseguito dall’Artista, di risolvere il dissidio tra l’insondabile opacità della materia e il fantasma ammaliante della forma. Un dualismo che Spagnulo cerca di fondere in un crogiuolo alchemico per mezzo del fuoco, il quale insinua nella materia finita l’infinito dell’artista. Un processo reso possibile solo dalla potenza della finzione artistica (intesa, questa, nella duplice accezione di simulazione della realtà e di creazione fantastica), che materializza la forma in una delle sue infinite potenzialità, utilizzando, quasi fosse soffio generatore, l’energia del fuoco, inscindibile dalla cifra artistica delle opere di Spagnulo. Opere che, siano esse crete, ferri o acciai, racchiudono nella loro compattezza “una energia contenuta che è”, lo afferma l’Artista stesso, “l’aspetto fondamentale delle mie creazioni, ne è l’essenza stessa”.
Le sculture di Spagnulo, molte delle quali eccezionali per volume e peso, si sono stagliate, con effetto scenografico avvincente, contro le mura di cinta di Castelbasso, oppure hanno trovato la loro ideale collocazione, nonostante notevoli difficoltà di posizionamento, nelle piazzette e nei fondaci del borgo medioevale.
Il catalogo di Spagnulo, che a ragione può considerarsi un libro d’arte dal momento che il maestro ne ha creato appositamente la copertina, è stato editato da Skira di Milano.

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Foto di Giovanni Lattanzi