Il colore e la forma

Opere della Collezione Fondazione Menegaz

CASTELBASSO 2 Marzo 2013 - 5 Maggio 2013

Mostra
Introduzione
Artisti
  • La mostra “Il colore e la forma” promossa dalla Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture, presenta una selezione di opere della collezione della Fondazione medesima esposte secondo un allestimento idoneo a mettere in atto una riflessione didattica sui temi del colore e della forma nell’arte di oggi.La mostra comprende, tra le altre, le opere di Kengiro Azuma, Alberto Biasi, Piergiorgio Branzi, Ennio Calabria, Tullio Catalano, Josè D’Apice, Guido Guidi, Giuseppe Spagnulo, Joe Tilson, Marco Tirelli.orari: dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 13.30 e dalle 15.00 alle 19.00, sabato dalle 9.30 alle 13.30
    (è consigliabile chiamare prima allo 0861.508000)

    Chiuso i festivi
    ingresso 3€
  • “Mamma, l’arte è la cosa più bella del mondo!” Così ha esclamato una bambina, una volta tornata a casa dopo aver partecipato a uno dei laboratori didattici organizzati l’anno scorso dalla Fondazione Malvina Menegaz. La ritengo la più bella gratificazione avuta in questo ambito di attività della Fondazione. Ed è stato uno dei motivi che mi hanno indotto a mettere a disposizione la sua collezione d’arte per continuare un’esperienza che, secondo me, va oltre il pur importante aspetto culturale. Perché se è vero che “imparare l’arte” è utile (e qui “arte” sta per “mestiere”), “insegnare l’arte” (in questo caso nell’accezione di “attività creativa del bello”) ha un risvolto determinante non tanto e non solo per le sue finalità istruttive, ma direi soprattutto per le sue finalità educative. E questo perché il bello ha a che fare col buono, meglio ancora “il bello è buono”. Lo sosteneva Platone, ma per non perdersi in un ginepraio filosofico, è meglio andare alla fonte più autorevole, proprio “in principio”, quando il buon Dio “vide che era buono”, e anche “molto buono”, tutto ciò che aveva creato. Ma qui il termine ebraico, che viene tradotto con “buono”, appunto, ha anche il significato di “bello”, per cui si può affermare tranquillamente che tutto il creato è “buono-bello”. Questo per dire che il bello ha una valenza etica, e da questo punto di vista si può senz’altro condividere quanto scritto da Dostoevskij, secondo il quale “la bellezza salverà il mondo”.
    È mia convinzione, infatti, che iniziare i bambini al mondo dell’arte, fornirgli i primi strumenti per capirlo è molto importante. Perché questo significa anche educarli al buono, che è cosa determinante perché essi un domani diventino dei bravi cittadini. Che in tal modo potranno fare davvero la loro parte per salvare il mondo. Non è un’utopia, se saremo in molti a crederci.
    Osvaldo Menegaz
    Presidente della Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture
  • MARCO TIRELLI (Roma, 1956)
    La vicenda artistica di Tirelli si lega alla cosiddetta Nuova Scuola Romana. Il suo processo creativo parte dalla registrazione dei dati reali che rielabora attraverso il proprio mondo interiore in grandi lavori in bilico tra riconoscibilità e astrazione. Rimanda un’immagine semplificata delle cose, fatta di forme decontestualizzate in cui si alternano luce abbagliante e semioscurità, vuoto e pieno. Attraverso un vero e proprio esercizio mentale traduce il mondo fisico in pure forme geometriche e permette così allo spettatore di immaginare mondi senza tempo.ALESSANDRO CANNISTRÀ (Roma, 1975)
    Nelle opere dell’artista romano la fiamma e il fumo sono inusuali strumenti pittorici. Sulla superficie sfiorata dal fuoco emergono paesaggi monocromi in un’atmosfera nebbiosa, boschi disabitati tra il figurativo e l’astratto. Sono immagini fragili e apparentemente effimere. L’artista riesce in modo magistrale a rendere sfumature e chiaroscuri che seguono l’andamento del fumo, leggeri come acquerelli.

    ALBERTO BIASI (Padova, 1937)
    Padovano classe 1937, Biasi è un pittore e scultore di riferimento per l’arte ottico-cinetica italiana degli anni ’60. Le sue opere infatti, creano nel fruitore un’illusione di movimento sulla base dell’angolo di osservazione, del movimento dell’osservatore stesso e della luce.

    PIERGIORGIO BRANZI (Signa, 1928)
    Il percorso artistico di Branzi inizia negli anni ’50. Le sue fotografie raccontano la quotidianità degli uomini, la loro esistenza e il luogo in cui vivono, il tutto accompagnato da una viva purezza formale. Attraverso la carta a base di fibre di cotone e la stampa digitale a getto d’inchiostro, detta Giclèe, Branzi riesce ad ottenere neri densi e bianchi puri, ma anche una resa molto dettagliata, come nelle due opere esposte in mostra.

    KENGIRO AZUMA (Yamagata, 1926)
    Azuma è uno scultore, pittore e musicista giapponese formatosi in Italia. Il suo lavoro parla degli opposti, essere e nulla, vuoto e pieno, peso e leggerezza della materia. Nel pensiero orientale gli opposti sono entrambi necessari: vuoto, assenza e invisibile per rivelarsi necessitano di pieno, presenza e visibile. La scultura esposta è una goccia fusa in bronzo con pause e vuoti. Nell’insieme levigato dell’opera una zona è erosa, incompiuta, volutamente non rifinita. Il titolo MU sta per vuoto, potenzialità, infinito ed è opposto allo YU che è pieno, attualità, finito.

    JOSÈ D’APICE (São Paulo, 1949)
    Nato a San Paolo in Brasile, lavora a Roma dalla fine degli anni ‘70. Con il suo lavoro Josè esplora l’immaginario e crea un mondo fantastico carico di riferimenti letterari scientifici e antropologici. Combina, fonde e trasforma gli elementi che raffigura. Raggiunge un effetto iperreale che non segue però la logica comune, come in un teatrino dell’assurdo.

    ENRICO BENAGLIA (Roma, 1938)
    Benaglia è disegnatore, pittore, incisore, scultore e scenografo che sin dagli esordi crea un linguaggio figurativo personale, legato al fiabesco, al gioco, al simbolo. Egli rappresenta con gusto narrativo e con leggerezza, ma anche con una sorta d’inquietudine, il circo, le marionette, il cielo e le stelle, il mare, il giardino segreto, gli angeli, i quartieri della sua Roma. Suggerisce un mondo incantato, infantile, quasi onirico, esaltato dalla resa scenografica. I colori sono calibrati, pastosi e caldi, vanno dalle tonalità di azzurro ai rosa, ai viola.

    JOE TILSON (Londra, 1928)
    Artista londinese originariamente legato al movimento della Pop Art. Nelle opere denominate Conjunctions le costanti sono la tela grezza dipinta con motivi astratto-decorativi e la compresenza, in due riquadri centrali, di segni iconici e verbali, a destra figure e a sinistra lettere dell’alfabeto latino o greco, che formano brevi parole dal sapore antico. La difficoltà di dar loro un senso conferisce un che di misterioso alle immagini che rimangono aperte ai molteplici significati e devono venire colte per intuizione; altrimenti, dice l’artista, diverrebbero illustrazioni di idee e cesserebbero di essere opere d’arte.

    MARCELLO SCUFFI (Pistoia, 1948)
    È un artista autodidatta toscano che inizia a dipingere assiduamente dal 1970. Legato alla sua terra e ai grandi pittori del passato più antico, come Giotto o Masaccio, e di quello più recente, come Rosai, Carrà e Morandi ma anche De Chirico. Rappresenta nature morte e paesaggi, soprattutto toscani, eliminando tutto ciò che è ornamento. Che dipinga su tela, acquerello o affresco, nei suoi lavori l’uomo non compare mai e l’atmosfera è immobile e silenziosa.

    GUIDO GUIDI (Cesena, 1941)
    Sin dalla fine degli anni ‘70 la ricerca fotografica di Guidi si è rivolta ai temi del paesaggio contemporaneo e delle sue trasformazioni. La sua sfida è fotografare l’architettura anonima: muri visti frontalmente, porte e aperture, muri di scorcio, finestre, pali di vario genere, raramente qualche persona. Le opere in mostra, dalla serie dedicata al fiume Savio vicino all’abitazione dell’artista a Cesena, sono immagini fatte di dettagli minimi che richiedono uno sguardo e un’attenzione prolungati.

    MARCO VERRELLI (Roma, 1961)
    Artista vicino all’iperrealismo per la minuziosità della resa pittorica e alla metafisica per l’atmosfera immobile e misteriosa dei suoi quadri. I suoi spazi sono silenziosi e assorti, spogliati della presenza umana e intrisi di calma interiore. Egli riesce a donare maestosità e bellezza a oggetti quotidiani e paesaggi urbani, come nella serie dedicata ai fari, elevandoli attraverso una tecnica rigorosa e raffinata.

    ENNIO CALABRIA (Tripoli, 1937)
    Tra i pittori più significativi della generazione emersa tra il 1950 e il 1960, Calabria testimonia il tempo in cui vive con una pittura sensibile alle problematiche sociali e contestualmente rivolta a quelle esistenziali. Rifugge il segno grafico obiettivo che identifica con certezza l’oggetto dell’arte e rende chiare le forme. Le sue figure sono sul punto di dissolversi delicatamente o al contrario di trovare forma, ambigue e dinamiche si affermano e al contempo si negano agli occhi dello spettatore.

    ANGELO COLAGROSSI (Roma, 1960)
    Romano di nascita, si forma presso l’Accademia di Belle Arti della capitale. La tecnica prediletta è l’acrilico, una pittura forte che viene stratificata e diviene materia sulla tela. Le forme emergono non compiute nel colore grattato fresco, sotto le colature e le ferite inferte col pennello. Il colore ha per Colagrossi funzione strutturante, come nell’opera in mostra in cui restituisce un’immagine monumentale della figura femminile, icona della solitudine del tempo presente, che domina a tutto campo la struttura del quadro.

    TULLIO CATALANO (Roma, 1944 – Bologna 1999)
    Artista e critico di rilievo, è stato per quindici anni docente all’Accademia di Belle Arti di L’Aquila, sua città di adozione. Colto sia dal punto di vista pittorico che storico ha legato indissolubilmente la propria pratica artistica ad una lucida ed impegnata riflessione sull’arte. Appassionato del colore e del segno: stende numerosi strati di pittura e riempie completamente lo spazio di segni, spesso tracciati asciutti sulla tela.

    GIUSEPPE SPAGNULO (Grottaglie, 1936)
    Artista pugliese formatosi all’Istituto di Ceramica di Faenza. Negli anni ‘60 lavora nelle acciaierie e nelle officine forgiando le sue opere insieme agli operai. Riflette sulla materialità e sulla fisicità del lavoro dello scultore. È un artista artigiano che lavora con materiali diversi: ceramica, terracotta, carta e acciaio. Le carte sono per Spagnulo non un semplice strumento di progettazione di opere scultoree, ma una grande area di sperimentazione che si colloca tra pittura e scultura. Esce dalla bidimensionalità della carta con interventi corporei di materia colore, crea sul foglio campi densi e pastosi.