MARIO SIRONI E LE ARTI POVERE

Assenso e dissenso

A cura di Andrea Bruciati
23 luglio - 03 settembre
Palazzo De Sanctis, Castelbasso

Definito da Guido Ceronetti «un notissimo sconosciuto, vissuto e morto per la verità, che impone rispetto assoluto», Mario Sironi dichiarava che «l’Arte non ha bisogno di riuscire simpatica, comprensibile, ma esige grandezza, altezza di principi». La sua è difatti un’arte poco accomodante e poco compiacente, che crea turbamenti e interrogativi e che cerca la verità della storia dell’uomo e della fatica del vivere. Come ha affermato Romana Sironi, nipote del maestro, quello dell’artista è un mondo dove gli uomini acquisiscono dignità nell’assolvimento del proprio dovere. Sironi voleva dar vita a un’arte sociale fondata su una base valoriale, che potesse divenire uno strumento di governo spirituale. L’adesione al fascismo delle prime stagioni s’inserisce allora in un progetto propedeutico a una rigenerazione sociale del popolo, che avrebbe condotto ad una civiltà rinnovata dal lavoro. In questo senso s’iscrive anche la predilezione per il muro come supporto e il carattere di manifesto collettivo che implicitamente comporta (Manifesto della pittura murale, 1933). Ma le figure di Sironi, pur nella loro severità e cupezza, non indulgono mai a compiacimenti celebrativi: in contraddizione con l’ideologia d’apparato, non fanno propri i trionfalismi auspicati dal regime e – al contrario – sembrano quasi presagirne gli oscuri destini. Quello di Sironi è un mondo tragico pervaso da una moralità dibattuta tra utopiche illusioni e le angosce di un’umanità incerta del proprio destino. Le sue periferie alienanti e desolate, le visioni arcaiche, la natura spesso assente o riarsa nei suoi colori bruni e cinerei, sono espressione dell’incombere di una fatalità tragica. Questo orientamento viene esasperato con la seconda guerra mondiale, quando in molti dipinti le persone e le cose appaiono incastonate come statue in una parete: si tratta dell’immagine di un mondo in cui la possibilità d’azione è limitata e in cui l’uomo è imprigionato in uno spazio angusto, tra la libertà delle scelte morali del singolo e l’orientarsi della realtà storica collettiva. È questa sorta di sironiana «opera al nero» a essere idealmente sviluppata dalla generazione giovane del ’68.