MARIO SIRONI E LE ARTI POVERE

Assenso e dissenso

A cura di Andrea Bruciati
23 luglio - 03 settembre
Palazzo De Sanctis, Castelbasso

Le arti povere debbono la propria denominazione alla definizione che ne diede Germano Celant nel suo scritto belligerante Arte Povera. Appunti per una guerriglia (1967). L’espressione fa propria la sostanza della rivoluzione semantica attuata in quegli anni contro il sistema. Siamo in un clima di sovvertimento sociale e rivolta e contestazione sono alla base di una piattaforma di pensiero sempre in movimento, con posizioni contraddittorie anche fra i diversi protagonisti. Anselmo, Boetti, Calzolari, Gilardi, Mario e Marisa Merz, Nespolo, Paolini, Penone, Pistoletto e Zorio sono gli artisti a coinvolti nella prima mostra. L’interdisciplinarietà, l’inventariazione delle ricerche contemporanee e l’attenzione al teatro sono i tratti salienti di un nuovo alfabeto visivo. «Scopo della creazione artistica – scrisse Daniela Palazzoli nel 1967 – non è (più) quello di rappresentare il mondo obiettivo dopo averne compreso le leggi (i valori), ma di valersi della conoscenza di tali leggi obiettive per un’attiva trasformazione (o quanto meno per un’attivazione dinamica) di esso». Autori come Prini, Mauri e Icaro vogliono collaborare in un clima di solidarietà e liberarsi dalla dimensione mercificante del consumo in nome di un nuovo principio di socialità dell’arte. È del resto lungo questa linea tracciata dagli artisti del “gruppo” che s’inseriscono le testimonianze della poesia visiva e della performance, a conferma di un sentire che ricerca nella comunicazione regole sintattiche eversive rispetto al sistema dominante.