Piergiorgio Branzi.

Terre senza cielo

CASTELBASSO 4 aprile - 3 maggio 2009

L’Associazione Amici per Castelbasso onlus, con il contributo della Fondazione “Malvina Menegaz per le arti e le culture”, ha rinnovato anche per il 2009 l’appuntamento primaverile di Castelbasso Progetto Cultura con la grande fotografia. Ad impreziosire le stanze del seicentesco Palazzo De Sanctis sono state le opere di Piergiorgio Branzi, uno dei più raffinati maestri della Fotografia Italiana. La mostra, a cura di Marina De Carolis, Giuseppe Di Melchiorre e Paola Di Paolo, ha raccolto 53 fotografie, tutte in bianco e nero, appartenenti agli anni ’50 e ’60 del Novecento. Gli scatti, tutti forniti dall’Agenzia Contrasto di Milano, hanno offerto uno sguardo a tutto tondo sulla poetica e sulle tematiche care all’ autore toscano, il cui sguardo è sempre concentrato sull’uomo e sull’ ambiente in cui vive, descrivendone miseria e bellezza, forza e ingenuità. Le sue immagini sono, appunto, “terre senza cielo”, in cui gesti e volti di tutti i giorni sono raccontati con grande onestà e rigore formale, assumendo così il ruolo di documento storico e sociale.
Inoltre, con la tecnica di stampa a “giclée” utilizzata in questa mostra, le fotografie di Branzi hanno assunto una nuova corposità, che ha esaltato la profondità del nero e il candore del bianco, fino a farle diventare “immagini tattili”.
L’evento ha reso così omaggio a uno dei più grandi protagonisti culturali italiani, “scarsamente interessato alle nuvole e mai al cielo”, ma sempre attento all’uomo e alla sua dimensione esistenziale.

Piergiorgio Branzi (Signa, 1928), insieme a Berengo Gardin, Giacomelli e Roiter, è uno dei Maestri i quali, nella stagione feconda degli anni ’50 che segnò l’inizio della fortuna della peculiare creatività italiana, con la loro fotografia hanno contribuito, insieme con il cinema, a originare in Italia il prodotto culturale forse più notevole ed emblematico del Novecento: l’immagine neorealista.
Branzi, pur facendo parte del gruppo fotografico “La Bussola” interessato soprattutto a un formalismo tonale, se ne discosta presto, preferendo esaltare l’opposto del bianco/nero. Ma nel 1953, visitando a Firenze la mostra dedicata a Cartier-Bresson, egli scopre un modo nuovo di praticare l’arte fotografica consistente nel catturare l’espressività dei volti e l’essenzialità di una circostanza, trasformando in tal modo uno scatto in una storia.
Branzi ne è affascinato e, seppure non sia insensibile alla subjektive photographie del tedesco Otto Steinert come dimostrano i neri profondi e la complessità delle sfumature dei suoi “Muri” nonché i giochi grafici composti dalla neve a Firenze, comincia a realizzare ritratti nei quali la sensibilità espressiva a volte è venata da un sottile umorismo. La sua attenzione, infatti, si focalizza sulle persone e sul loro ambiente che egli ritrae senza l’esasperazione dei toni dei fotografi realisti, instaurando invece con il modello un rapporto consapevole il cui risultato è comunque un capolavoro. Branzi afferma la necessità della forma nella fotografia d’arte e caratterizza, perciò, i suoi ritratti con figure centrali poste entro spazi geometrici combinati con altri elementi compositivi, in modo che la “costruzione” respira in un rapporto di proporzioni che rimanda alla sua “fiorentinità” e alle sue ascendenze rinascimentali. Ne sono un esempio il “Ritratto della signora Ada T.” e poi quelli del “Cameriere del vescovo” e di “Campo San Paolo”, eseguiti rispettivamente a Pienza e a Venezia nel 1954. Ritratti di pari grandezza Branzi esegue l’anno successivo in un suo viaggio in Abruzzo, Lucania e Napoli. Ecco, quindi opere come “Scanno”, “Cantastorie a Tricarico”, “Pasqua a Tricarico”, “Maniscalco a Matera”, “Una donna a Matera”.
La stessa armonia di proporzioni, sottolineata dalla proiezione centrale, Branzi ripropone nelle famose vedute di “Piazza grande” a Burano e in quella che ritrae il “Ragazzo con l’orologio”, nelle quali si respira un’atmosfera surreale, presente anche in altre opere del Maestro, come quelle dedicate all’Adriatico (1957).
Altri capolavori vengono realizzati in un reportage in Spagna nel 1956 e nel 1957 durante un viaggio in Grecia. Nel 1960 Branzi è assunto in RAI e nel 1962 viene inviato in Russia come corrispondente. Lì, sempre fedele al suo stile espressionista, realizza di nascosto moltissime foto che formeranno un formidabile ritratto del mondo sovietico, che solo più tardi sarà reso pubblico.
Nel 1995 il Maestro toscano partecipa, insieme ad altri grandi della fotografia italiana, a un omaggio fotografico reso a Pier Paolo Pasolini.