Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture

Storie e Opere

Ideata e costituita nel corso degli anni dal presidente Osvaldo Menegaz, la collezione delle opere d’arte della Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture diviene ora un patrimonio fruibile dal pubblico.


ArtistaVariAnno2016

17 giugno – 11 settembre 2016
Palazzo Clemente, Castelbasso

La mostra, a cura di Laura Cherubini, realizza un dialogo tra movimenti storici e nuovi linguaggi e spazia dalla pittura alla scultura fino alla fotografia, con opere di Carla Accardi, Franco Angeli, Kengiro Azuma, Manfredi Beninati, Alberto Biasi, Luigi Boille, Piergiorgio Branzi, Tullio Catalano, Mario Ceroli, Claudio Cintoli, José D’Apice, Alberto Di Fabio, Stefano Di Stasio, Tano Festa, Marco Gastini, Guido Guidi, Renato Mambor, Francesco Paolo Michetti, Gian Marco Montesano, Nunzio, Mimmo Paladino, Mimmo Rotella, Ettore Spalletti, Giuseppe Spagnulo, Giuseppe Stampone, Joe Tilson, Marco Tirelli, Giulio Turcato, Vedovamazzei, Alberto Ziveri.

Catalogo Silvana Editoriale, Milano

La mostra della collezione della Fondazione vede la luce a cento anni dalla nascita di Malvina Menegaz e propone una selezione di opere curata da Laura Cherubini.
Alle origini della collezione vi sono antefatti che risalgono al 1985. È stato infatti allora che, spinto dalla passione, ho iniziato ad acquistare le prime opere da artisti e galleristi. In un primo tempo è stato un percorso istintivo e puramente personale, che ho intrapreso e portato avanti liberamente, animato dall’amore per la bellezza e dal piacere di poter ammirare il frutto del lavoro di autentici maestri.
A partire dal 1999, e grazie alle mostre da noi organizzate di anno in anno a Castelbasso, nel corpo stesso del borgo come a Palazzo Clemente e a Palazzo De Sanctis, quei primi passi – che nel frattempo non avevano mancato di consolidarsi – hanno conosciuto un progressivo e costante avvicinamento all’arte contemporanea.
L’incontro con tanti grandi artisti si è in effetti tradotto nella scoperta volta per volta più consapevole di un mondo enormemente ricco di intuizioni ed esiti straordinari. In quel mondo pulsava la temperie d’istanze, problematiche e criticità di un’epoca a cavallo tra due millenni, rielaborate e metabolizzate nei codici e nei linguaggi di artisti che affidavano al loro stesso e inedito sentire la testimonianza più attendibile di un incalzante impegno intellettuale. Vi era l’espressione molteplice di un’osservazione in ogni caso sempre aderente alle complessità di una società oramai già globale, e vi era il combinarsi vivacissimo di opzioni che potevano attingere e rivisitare l’eredità della tradizione storico-artistica non meno che farsi portatrici delle oltranze e degli sperimentalismi più fecondi. Le nuove frontiere della cultura artistica erano tutte racchiuse in quell’universo profondo e cangiante che continuamente si espandeva e si arricchiva.
L’approccio all’arte contemporanea ha rappresentato dunque tanto la premessa quando la condizione essenziale per quello che si sarebbe successivamente rivelato un ancor più costruttivo e sistematico dialogo col territorio.
Successivamente, quando è stata istituita la Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture, si è difatti definita in me un’idea che era andata silenziosamente maturando, e che si è precisata nella volontà di costituire una vera e propria collezione. Ho pertanto fatto mia la scelta di volgere quella che dapprima era affiorata come una privata esperienza di conoscenza – cioè come una serie di acquisizioni dettate dal mio gusto personale – in un’ottica diversa: per dotare la collezione di una sua organicità, era infatti necessario che la sua articolazione fosse fedele a un disegno di più tangibile significato e ispirato a più precisi e ponderati criteri.
Per raggiungere l’obiettivo è stato necessario indirizzare impegno e risorse verso una nuova prospettiva, che ha trovato la propria legittimazione nella sensibilità per le ragioni della condivisione e della crescita comune.
Lo scopo è stato infatti quello di ampliare decisamente gli orizzonti del percorso e strutturare la ricerca del bello in un patrimonio da donare alla collettività, nella coerenza a una visione che ambiva anzitutto ad attestarsi come operazione di più vasto contesto, e così divenire un giacimento capace di deporre un sedimento culturale ed evolvere nutrendosi delle diverse modulazioni di stili e linguaggi. Quello che inizialmente era stato un mio cammino individuale si è quindi tramutato in un più avveduto proposito di realizzare un progetto culturale dal respiro plurale.
Il senso della mostra risiede perciò nel desiderio di illustrare il farsi e il completarsi di un corposo insieme di opere e, in special modo, quello di offrire a tutti la possibilità di fruirne.

Osvaldo MENEGAZ
Presidente della Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture

Le memorie del borgo. Antico borgo, paesaggio, arti contemporanee.
Conversazione con Osvaldo Menegaz, Vincenzo Tini D’Ignazio e Antonio Di Marcantonio

Laura Cherubini: Vorrei cominciare col chiedere com’è iniziato questo cammino di Castelbasso, come mai Osvaldo ha pensato, anche se non è abruzzese, ma romano, di dare vita a un’avventura sull’arte e la cultura contemporanea nel borgo.
Osvaldo Menegaz. È stato un avvicinamento casuale e graduale. La mia è una formazione classica, ma nel 1998, quando abbiamo cominciato il nostro lavoro culturale a Castelbasso, di arte contemporanea sapevo pochissimo. Credevo però fermamente che l’arte dovesse essere il punto di partenza per realizzare il sogno di ridare vita al borgo medievale dove è nata mia madre. Volevamo diventare un punto di riferimento e lo abbiamo fatto. Col tempo la mia passione per l’arte è cresciuta e lavorando a contatto con artisti e curatori – giovani o dal lungo percorso – ho avuto modo di conoscere meglio, e attraverso la voce stessa dei protagonisti, questo mondo. Siamo cresciuti fidandoci dell’esperienza di professionisti e così sono nati contatti, rapporti, incontri, amicizie e mostre. La lingua dell’arte l’abbiamo imparata parlandola.

Laura Cherubini: Come hai conosciuto i tuoi collaboratori?
Osvaldo Menegaz: Vincenzo Tini D’Ignazio e Antonio Di Marcantonio li ho conosciuti nel corso degli anni. Accanto a me c’era già da tempo Giuseppe Di Melchiorre, tuttora nel consiglio di amministrazione della Fondazione. Tanti ragazzi sono cresciuti e si sono formati collaborando con noi e tutti conservano un forte attaccamento a Castelbasso. Alcuni di loro, dopo essersi conosciuti nel borgo, hanno persino formato una famiglia. Con Vincenzo e Antonio si è stabilito un legame profondo, personale e professionale. Siamo in piena sintonia e questo ci consente di essere affiatati e rapidi nel lavoro. L’ amore per l’arte ha dato vita a un’amicizia fondata sulla fiducia e sul rispetto. Vincenzo fa anche parte del consiglio di amministrazione della Fondazione e lavoriamo a stretto contatto, spesso mi sostituisce e talvolta lo fa anche in ambito decisionale.

Laura Cherubini: Ho sempre pensato che tu abbia una grande capacità organizzativa: quanto ti ha aiutato per Castelbasso il tuo lavoro nel campo del cinema?
Osvaldo Menegaz: È stato utilissimo. In primo luogo perché rapporti che avevo in quel settore hanno favorito il mio avvicinamento all’arte contemporanea. Per quanto poi riguarda gli strumenti operativi, cioè la pianificazione e l’organizzazione del lavoro, la mia professione è stata una base di partenza fondamentale. Sono abituato a dirigere uno studio professionale, a gestire situazioni per conto di clienti in vari settori, e così, quando abbiamo deciso di avviare la nostra struttura, ero allenato, per così dire. La libera professione richiede capacità di mediazione, abitua a una pluralità di relazioni, impone ritmi di lavoro elastici e fuori dagli schemi: si è rivelata un’esperienza decisiva per il nostro percorso, dall’Associazione Amici per Castelbasso alla Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture. Gli anni che ho vissuto dal 1999 fino ad oggi hanno contrassegnato la mia vita in ambito professionale, culturale e personale. Ho avuto modo di conoscere grandi nomi dell’arte contemporanea, da Gilberto Zorio a Marco Gastini, da Mimmo Paladino ad Ettore Spalletti – per citarne alcuni – e lo stesso è accaduto con i curatori, da Silvia Pegoraro a Giacinto Di Pietrantonio, da Francesco Poli a te ed Eugenio Viola e così via. È stato l’accesso privilegiato a un mondo dove mi sono sentito sempre più a casa.

Laura Cherubini: Quindi all’inizio c’è stata un’associazione?
Osvaldo Menegaz: Sì, e aveva come scopo la rivalutazione e il recupero del borgo di Castelbasso. Per trasformare questi obiettivi in realtà, capimmo che l’unica strada era la cultura. I primi passi li abbiamo mossi con Gabriele Di Pietro, per tre anni curatore di una rassegna d’arte contemporanea. Ho cominciato a conoscere i primi artisti, alcuni dei quali avevano già fatto la storia, come poi è stato evidenziato bene nella mostra del 2014 su la Roma degli Anni ’60, curata da te ed Eugenio Viola a Castelbasso. Pian piano quei nomi sono cresciuti e mi sono diventati familiari. Dopo aver costituito la Fondazione, nel 2008, sono andato alla ricerca di opere per creare una collezione. È stato un processo lungo che mi ha permesso di realizzare un sogno: dare vita a una struttura capace di lavorare in Italia e all’estero. Cosa che abbiamo fatto, per esempio, portando in alcuni paesi europei la mostra di Carla Accardi, curata da te in collaborazione con Mario Pieroni.

Laura Cherubini: Sì, è stata un’avventura veramente bellissima: abbiamo portato la mostra di Carla a Torun, in Polonia, a Budapest al Museo Vasalery, ad Atene e a Salonicco.
Osvaldo Menegaz: Un’esperienza molto importante, ha permesso di far conoscere ancor meglio un’artista italiana in Europa. Ma ancor più importante per me è stata la possibilità di diventare amico di Carla e di frequentarla assiduamente. È avvenuto negli ultimi anni della sua vita. Una settimana prima che scomparisse eravamo insieme. Sono felicissimo di averla conosciuta e di avere una sua bellissima opera nel patrimonio della Fondazione.

Laura Cherubini: In quella serie di mostre era presente anche Vincenzo Tini D’Ignazio, che fra l’altro ha un’ottima capacità relazionale. Com’è avvenuto l’incontro con Osvaldo Menegaz?
Vincenzo Tini D’Ignazio: A distanza di tempo posso dire che eravamo destinati a incontrarci. Ci siamo conosciuti una sera e da lì sono nate la nostra collaborazione e la nostra amicizia. Abbiamo condiviso un percorso che cresceva e che ci vedeva crescere. La rassegna di Castelbasso ha avuto in passato un carattere marcatamente interdisciplinare e all’inizio mi occupavo della sezione musica e teatro, curando i concerti e gli spettacoli che ogni anno affiancavano le mostre. Una parte significativa del mio impegno era poi dedicata alla comunicazione, che seguivo insieme con Antonio Di Marcantonio. Nei primi anni la rassegna era organizzata diversamente da oggi e, appena iniziato, non immaginavamo che potesse diventare una realtà strutturata. All’epoca io e Antonio eravamo studenti universitari e vedevamo nell’Associazione un’opportunità per impegnarci per la crescita del nostro territorio. Ma pian piano, nel portare avanti questa pluralità di attività culturali, che di volta in volta richiamavano più pubblico, è nata in me una grande passione per l’arte. Questa passione per la cultura contemporanea ha trovato un forte nutrimento nell’attaccamento e nella stima per Osvaldo: abbiamo raccolto una sfida da portare avanti assieme per un sentimento di appartenenza al borgo. Ben presto ci siamo però resi conto che non si trattava soltanto di una rassegna estiva, ma di uno strumento col quale avviare – è stata questa la grande intuizione di Osvaldo – un percorso più vasto e incisivo, che permetteva di realizzare sul campo un progetto di respiro collettivo. Studiavo Economia e commercio a L’Aquila, ma mi accorsi di essere più attaccato a Castelbasso che all’Università, anche se le due cose non sono entrate in conflitto e l’una non ha escluso l’altra.

Laura Cherubini: E tu Antonio cosa studiavi?
Antonio Di Marcantonio: Ingegneria civile a L’Aquila. Ricordo com’è cominciata: un pomeriggio mi ha chiamato Vicenzo e mi ha detto che saremmo dovuti andare a Castelbasso per incontrare Osvaldo… e lì siamo rimasti. È una battuta, ma fino a un certo punto: in verità sono stato travolto dall’entusiasmo e dalle idee che nascevano e che mettevamo in pratica.

Laura Cherubini: Antonio, Osvaldo ha detto di essere molto felice del rapporto con Carla Accardi. Qual è invece l’artista che ti ha colpito di più?
Antonio Di Marcantonio: Ciascun artista ha lasciato in noi un segno, e non sembri una frase fatta. Ho avuto un bel rapporto con Arcangelo Sassolino, Gilberto Zorio, Giuseppe Spagnulo. Mi ha colpito molto anche Kengiro Azuma… un orientale così occidentalizzato. Ricordo la sua forza, la sua voglia di allestire personalmente la mostra, di metterci tutta la sua carica emotiva e fisica. Siamo stati fortunati a poterlo affiancare e vedere l’attenzione maniacale, quasi morbosa, con cui curava il rapporto tra l’opera e il contesto.

Laura Cherubini: Condivido, e credo che il valore aggiunto dell’arte contemporanea rispetto a quella antica sia la possibilità di stabilire un rapporto con l’artista.
Antonio Di Marcantonio: Tutti gli artisti hanno saputo leggere Castelbasso, sia da un punto di vista fisico che sociale, e hanno saputo reinterpretare la propria opera all’interno del borgo. Penso a Mimmo Paladino: era a Castelbasso per allestire la sua mostra e si preoccupava tantissimo di come l’opera entrava nello spazio. Sono molto sensibile all’architettura e la sua è stata una lezione preziosissima.

Laura Cherubini: Per Vincenzo quale mostra ha rappresentato un punto di svolta?
Vincenzo Tini D’Ignazio: Direi che la mostra di Enrico Baj è stata determinante, mi ha portato a fare delle riflessioni che hanno cambiato il mio pensiero sull’arte. Ma è stato fondamentale anche un colloquio con Luciano Fabro. Forse con lui è sorto in me il desiderio di approfondire, e da lì in poi è stato un crescendo. Studiai a fondo il lavoro che aveva realizzato nel 1998 a Castelbasso. Una serie di registratori era stata accolta in uno dei fondaci storici del borgo. Fabro aveva spedito delle lettere ad alcuni abitanti di Castelbasso e poi ne aveva fatto registrare le risposte, che erano entrate a far parte dell’opera. Invece, per l’arte concettuale, grazie a Joe Tilson ho compreso la differenza tra chi realizza un’opera e chi la progetta: capii che l’artista non è colui che sa far bene un disegno, ma colui che pensa l’opera e le attribuisce una funzione. Con Giuseppe Spagnulo e Gilberto Zorio ho trascorso tanto tempo, ero molto curioso, li riempivo di domande, anche sulla storia dell’arte, poi riversavo tutto nel mio percorso di studio. Sono stati davvero tanti gli incontri, da Arcangelo Sassolino, Mario Airò, Giuseppe Stampone fino a Paola Pivi. Di lei mi ha colpito la disponibilità che ha mostrato per la mostra Interferenze Costruttive.

Laura Cherubini: Un progetto è particolarmente interessante e innovativo nel panorama italiano. Come è nato?
Vincenzo Tini D’Ignazio: Da sempre lavoro come consulente per le imprese e l’idea fu quella di mettere in rapporto arte e impresa. L’attività di un’azienda può essere rappresentata dalla sua “catena del valore”, da un insieme di fasi, e ciascuna può presentare uno o più aspetti problematici. La sfida era dimostrare che l’arte può offrire soluzioni, interferendo costruttivamente con una realtà che a prima vista parrebbe esserle del tutto estranea. Spesso la soluzione di un problema nasce dall’idea di un soggetto esterno, altro rispetto all’impresa. Noi abbiamo pensato che queste soluzioni potessero essere suggerite dagli artisti. Frequentandoli ho constato che, in generale, sono abili a trovarle. Allora abbiamo chiesto a degli imprenditori di individuare un punto di debolezza nella loro “catena del valore” e di affidare a un artista la ricerca della soluzione. Durante la residenza, ciascun artista ha analizzato il problema dell’azienda di cui era ospite e ha proposto una soluzione attraverso la realizzazione di un’opera.

Laura Cherubini: “Se hai un problema chi chiami? Un artista”, diceva Gino De Dominicis. Il progetto è stato affidato a Francesca Referza e Giacinto Di Pietrantonio, che erano già vostri collaboratori.
Vincenzo Tini D’Ignazio: Giacinto era al secondo anno di collaborazione e Francesca al terzo. Nel 2009, insieme con Francesco Poli, Francesca aveva curato la mostra Qui è altrove, una collettiva di giovani artisti. Quell’anno abbiamo anche realizzato la mostra su Alberto Burri, a cura di Poli. Era però per una ragione precisa che nel titolo della collettiva compariva la parola “altrove”. Sino a quel momento avevamo realizzato mostre di artisti molto importanti e storicizzati – cito per tutti Giorgio de Chirico – ma volevamo farne anche, se così posso dire, di veramente contemporanei. Farlo in una realtà come Castelbasso, che dal punto di vista geografico rientra in una dimensione periferica, poteva sembrare un’impresa velleitaria e scoraggiante. E invece abbiamo pensato che qui, nel borgo, poteva respirarsi la stessa aria che si respira altrove: abbiamo pensato che Castelbasso potesse divenire una piccolo polo dell’arte. Lo abbiamo fatto e da quel momento, ogni anno, abbiamo abbinato a una mostra di un artista storicizzato una di arte contemporanea. L’anno successivo abbiamo ospitato Au Pair. Coppie di fatto nell’arte contemporanea, una collettiva di artisti che lavoravano in coppia – coppie di lavoro o coppie di vita – ideata da Giacinto Di Pietrantonio e curata da lui e da Francesca Referza. Ognuno di loro aveva invitato otto coppie. L’artista storicizzato di quell’anno è stato invece Alighiero Boetti, con una mostra a Palazzo Clemente a cura di Poli. Ci ha dato un grande supporto Anne Marie Sauzeau, una figura davvero importante.

Laura Cherubini: Il senso di una mostra così innovativa come Interferenze costruttive fu capito?
Vincenzo Tini D’Ignazio: In alcune aziende sì, in altre no. Non è stato facile trovare nel nostro territorio interlocutori sensibili alla proposta, ma alla fine l’esperimento è perfettamente riuscito. Gli artisti hanno realizzato lavori che sono stati esposti a Castelbasso e pubblicati nel catalogo.

Laura Cherubini: Si era in piena crisi economica, e secondo me la mancata comprensione è dovuta soprattutto a quella situazione. Qual è secondo te il lavoro più significativo di quella mostra?
Vincenzo Tini D’Ignazio: Credo quello di Paola Pivi. Era stata in residenza in un’azienda che produce caramelle e aveva intuito una nuova funzione del prodotto. Aveva capito, cioè, che al di là della sua normale destinazione, una caramella poteva divenire un veicolo per trasmettere un messaggio: nel caso specifico si trattava di un messaggio pacifista, ma in un diverso contesto avrebbe potuto essere di altro tipo, per esempio ambientalista. L’azienda intendeva incrementare la propria responsabilità sociale e Paola Pivi ha fornito un’idea di utilità concreta. Un altro bellissimo lavoro è stato quello di Mario Airò. Era stato in residenza in una casa farmaceutica ed era partito dall’analisi della fase d’ideazione del prodotto. L’idea era quella di individuare un modo per soddisfare un desiderio di benessere. Un desiderio che tutti abbiamo è trovare un momento di pace con noi stessi: Airò ha pensato ad una pasticca con i colori dell’arcobaleno e l’ha inserita in una copia di Infinite Jest di David Foster Wallace. Nella sua scultura il libro è attraversato da un foro e al centro del foro c’è la pillola. La grande intuizione di Mario è stata contrapporre la dipendenza da sostanze psicotrope alla forza liberatoria e rigenerante della letteratura.

Laura Cherubini: E invece come mostre storiche cosa avevate fatto?
Osvaldo Menegaz: Fontana, Schifano, una mostra sull’Arte informale, poi de Chirico. Tutte a cura di Silvia Pegoraro, fino al 2008. Nella mostra Lucio Fontana e la sua eredità, oltre al nucleo principale delle opere di Fontana, vi erano, fra le altre, quelle di Castellani, Bonalumi, Manzoni, Varisco e Colombo.

Laura Cherubini: Con Poli avete fatto anche una mostra su Guttuso: come mai lui, dopo tanti artisti di “avanguardia”?
Vincenzo Tini D’Ignazio: Per dare un riconoscimento a un artista forse poco ricordato e perché riteniamo importante l’aspetto sociale della sua pittura. Alcune delle opere esposte a Castelbasso sono state poi richieste in prestito da altre mostre, come ha fatto Giacinto Di Pietrantonio per la Galleria d’arte moderna e contemporanea di Bergamo.

Laura Cherubini: Parliamo del rapporto con i curatori.
Osvaldo Menegaz: Per otto anni abbiamo collaborato con Silvia Pegoraro, che per noi sempre ha progettato ottime mostre. Con l’avvento della Fondazione entravamo però in una nuova stagione e bisognava segnalarlo concretamente. Così abbiamo stabilito una rotazione triennale: ogni tre anni il curatore cambia e i diversi contributi si susseguono nel segno della differenza.

Laura Cherubini: Motivazione validissima e soprattutto culturale, appunto per garantire un avvicendamento di punti di vista e professionalità.
Vincenzo Tini D’Ignazio: Silvia Pegoraro rappresenta la nostra fase storica, che ci ha consentito una forte crescita e che ci ha permesso di fare molta esperienza con ottimi risultati. Le curatele triennali ci hanno però permesso una maggiore fedeltà all’istanza divulgativa che è all’origine del nostro percorso, e che deve rigenerarsi in una varietà di approcci. Per questo si sono susseguiti curatori preparatissimi come Silvia Pegoraro, Francesco Poli, Eugenio Viola, te, Giacinto Di Pietrantonio e Francesca Referza. Con tutti conserviamo un eccellente rapporto.

Osvaldo Menegaz: Questo d’altra parte ci ha consentito di stabilire una rete relazionale ampia, che si è rivelata molto utile anche nei confronti delle gallerie. Con molte abbiamo ormai un rapporto consolidato.

Laura Cherubini: Un artista che ha fatto un lavoro bellissimo a Castelbasso, intervenendo anche in altri punti del borgo oltre che a Palazzo Clemente, è stato Mimmo Paladino, cui abbiamo accennato. Non solo ha interpretato molto bene l’architettura di Palazzo Clemente, ma anche la struttura storico-architettonica del borgo, con le Bandiere sulle mura e i Dormienti nel fondaco di un antico edificio.
Osvaldo Menegaz: A Castelbasso gli artisti si sono sempre confrontati con la dimensione del borgo nel suo complesso, che anche per questo è stato definito teatro dell’arte. È una forma di dialogo che ha intensificato e ampliato la relazione tra il versante memoriale e identitario e quello contemporaneo. Questo confronto tra interno ed esterno ha assunto varie declinazioni e ha toccato anche il rapporto tra realtà locale e dimensione globale. Quest’anno, per esempio, la fondazione ha proposto a Giuseppe Stampone di realizzare le vetrate dell’antica chiesa

Laura Cherubini: Vorrei che Vincenzo mi parlasse della parte musicale.
Vincenzo Tini D’Ignazio: L’idea di Osvaldo era recuperare il borgo con la cultura. Con i concerti e gli eventi musicali abbiamo inserito nella rassegna un forte attrattore per il grande pubblico: una volta a Castelbasso, le persone vivevano il borgo, visitavano le mostre, scoprivano una realtà suggestiva e ricca di storia. Abbiamo sempre cercato però di rendere gli appuntamenti un’occasione culturale: questo ha fatto sì che a Castelbasso si siano esibiti, quasi in anteprima, artisti che di lì a poco avrebbero incontrato un successo enorme. Come nel caso di Max Gazzè, che nel 2000 aveva una notorietà diversa da oggi. E poi abbiamo ospitato, tra gli altri, Carmen Consoli, Moni Ovadia e Nicola Piovani. Il lavoro ci impegnava tutto l’anno, volevamo che gli artisti proponessero al nostro pubblico performance ad hoc. Il bello era che poi rimanevano stupiti da Castelbasso. Toots Thielemans, star internazionale del jazz, disse che era uno dei posti più belli dove aveva suonato. Abbiamo creato anche una rete con jazzisti importanti come Paolo Fresu, Roberto Gatto e Danilo Rea: Castelbasso era diventato un punto di riferimento per progetti sperimentali. Di lì a poco sono stati gli artisti stessi a contattarci per proporci i spettacoli. Successe anche con Lucio Dalla, che ci propose un progetto tra musica e teatro. Prima di Castelbasso, lo aveva portato in scena solo a Firenze, a Ponte Vecchio.

Laura Cherubini: Quando venni la prima volta rimasi incantata dal bellissimo borgo, rinato grazie al piccolo miracolo che avete fatto. Ma c’è stata anche la letteratura.
Vincenzo Tini D’Ignazio: Dopo aver iniziato con la musica, nel 2003 conoscemmo Oliviero La Stella, all’epoca caposervizio della cultura de Il Messaggero. Con lui inserimmo la sezione letteratura, con un progetto che prevedeva la residenza di tre autori a Castelbasso, in primavera. Erano Vito Bruno, Antonio Pascale e Roberto Piumini, che dopo la residenza scissero i tre racconti che abbiamo pubblicato nel libro Pisolini, le pietre parlanti e frate sonetto. Quando Oliviero non ha potuto più seguire la sezione, ci ha suggerito Renato Minore, che se ne occupa tuttora e che ha portato a Castelbasso i maggiori poeti e scrittori italiani e molti autori stranieri.

Laura Cherubini: E di teatro cosa avete fatto?
Vincenzo Tini D’Ignazio: Da Moni Ovadia a Gabriele Lavia, da Michele Placido a Francesco Paoloantoni fino ad Antonio Rezza. Con Rezza si era stabilito un rapporto forte, veniva ogni anno a presentare un nuovo spettacolo.

Laura Cherubini: Osvaldo, questa conversazione è cominciata con te e con te vorrei concluderla…
Osvaldo Menegaz: Vorrei aggiungere solo questo: per me tutto quello che abbiamo fatto è nato dal rapporto con Castelbasso. È nato tutto da un rapporto personale. Quando nel 2004 ho conosciuto Kikuo Takahano, il grande poeta giapponese, si è creata tra noi una forte amicizia. I versi dedicati a Castelbasso che ci ha lasciato riassumono quello che sento per il borgo.

Privacy Preference Center