Letteratura 2017

Agosto 2017
PUBBLICAZIONE

KIKUO TAKANO

Il senso del cielo

Poesie, 1955 – 2006

di Kikuo Takano a cura di Renato Minore Passigli Editore
una produzione della Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture

Il senso del cielo raccoglie poesie e altri testi, in parte inediti anche in Giappone, di Kikuo Takano, uno dei massimi poeti giapponesi del secondo Novecento, molto amato anche in Italia, dove ha soggiornato a lungo. L’antologia si snoda attraverso cinquant’anni, a partire da quelli più tremendi del disastro nipponico post-bellico; fin dall’inizio la voce di Takano, formatasi all’ombra dei maestri taoisti e zen ma anche sulle tracce di poeti e pensatori europei come T. S. Eliot e Heidegger, colpisce per un suo tono asciutto e antisentimentale, ma non per questo meno vibrante di umanità: “io sono il narratore”, scrive Takano, “ma sono anche colui che ascolta”. Forse proprio quella dell’ascolto è la dimensione più forte e originale di questa poesia, l’ascolto non come semplice ricezione, ma come capacità di essere insieme alle cose e, nello stesso tempo, di farne scaturire la verità contro l’assedio feroce dell’inautentico; solo così, infatti, potremo mantenere aperta la nostra anima “alla luce alta e segreta del mondo”. Ed è questa la vera missione della parola poetica, che Takano persegue con coerenza assoluta: “siamo radicati nelle parole, e siamo sulla terra per custodirle”.

Renato Minore

QUEL GRANDE POETA AMICO
di Osvaldo Menegaz

Quel che prima d’altro mi ha colpito, nel conoscere Kikuo Takano, è stato il suo essere, al tempo stesso, un uomo intensamente ascetico e profondamente calato nella realtà che lo circondava. L’ho conosciuto nel 2004, in Abruzzo, nel borgo di Castelbasso, e benché appartenessimo a due mondi diversi e a due culture differenti, tra noi si è creato subito un colloquio privilegiato. È stato – il nostro – un colloquio molto particolare, direi anzi speciale: non avevamo modo di comunicare direttamente, perché nessuno dei due parlava la lingua dell’altro, ma ugualmente, e da subito, abbiamo visto sorgere e poi crescere tra noi una sintonia spirituale tanto forte quanto sotterranea. Sebbene mediato dall’intervento dell’interprete, il nostro scambio si è affermato sin dall’inizio come un dialogo governato da una reciproca, spontanea comprensione, da un’istintiva affinità umana e intellettuale: la stessa affinità che ha reso il nostro rapporto un’esperienza del tutto nuova; nuova e senz’altro unica, per me anche indimenticabile. Non è facile spiegare a parole il rapporto tra due uomini affratellati da una così folgorante empatia, da una sintonia tanto imprevista e sorprendente; ma certo è che del nascere di questo legame prendemmo coscienza subito entrambi: bastò infatti uno sguardo perché potessimo riconoscere nel volto dell’altro quello di un amico appena scoperto, di un sodale, di un compagno di viaggio. In altre parole, il volto di una persona che da lì in avanti avrebbe fatto parte della nostra vita, come una presenza costante, come un punto di riferimento nuovo e tuttavia già indispensabile. Nell’istante in cui ci siamo stretti la mano, è fiorita tra noi la tacita e taciuta promessa che, a partire da quel momento, avremmo ceduto l’uno all’altro una parte del nostro futuro, per condividere in amicizia sincera un cammino di vicinanza e di intesa. In Kikuo Takano ho trovato la grandezza dell’uomo e quella del poeta unite in una sintesi perfetta. I suoi versi, non appena ebbi modo di ascoltarli, mi conquistarono: li sentivo vicini, affini alla mia sensibilità e al mio modo di osservare il mondo. Mi toccarono come un dono. Quel che più mi rapì fu la loro forza meditativa e contemplativa: la parola di Takano mi portava a guardare il mio vissuto e la mia realtà con uno sguardo diverso. Quello sguardo aveva in sé qualcosa di prodigioso: sembrava provenire da molto lontano e, al contempo, appartenermi da sempre. Nei suoi versi, così come nel suo modo di interloquire, percepivo un nitore che è stato addirittura capace di incantarmi. Accadde, in particolare, quando a Castelbasso, in una serata a lui dedicata dalla Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture, mi parve che le sue liriche mi rivelassero l’essenza stessa dei miei interrogativi e delle mie memorie intime. Glielo dissi, naturalmente, e lui ne fu felice. Da lì nacque l’idea di pubblicare L’infiammata assenza, una sua raccolta di poesie voluta dalla Fondazione che presiedo. Quello è stato per noi un momento di ulteriore avvicinamento Il nostro dialogo ha prodotto anche un altro effetto: una reciproca contaminazione culturale. Siamo stati l’uno per l’altro la ragione (e non soltanto l’occasione) di conoscenza dei diversi mondi da cui provenivamo. Grazie a lui ho avuto modo di conoscere una civiltà straordinariamente ricca e completamente diversa dalla mia, il Giappone, che apprezzo soprattutto per la profonda spiritualità. Allo stesso modo, lui ha visto l’Abruzzo disvelarglisi volta a volta come un luogo dell’anima, come una tappa del suo destino. All’Abruzzo Kikuo si legò molto e con i suoi occhi da poeta lo vedeva in qualche modo simile alla sua Isola di Sado, dove nacque il 20 novembre 1927 e dove è mancato il 1° maggio del 2006. Questo libro che adesso vede la luce per iniziativa della Fondazione Menegaz, vuole testimoniare ancora una volta la grandezza di un poeta che nelle sue liriche ha saputo universalizzare il sentire dell’uomo e che per ciò stesso riesce a parlare a chiunque. E credo risieda in questo una delle virtù fondamentali della poesia di Kikuo Takano: la capacità di rivolgersi a tutti indistintamente, e di condurre in un battito di ciglia gli uomini dinanzi a quel comune sentire che li svela e conferma simili l’uno all’altro, al di là di ogni differenza e di ogni diversità.

ESSERE NEL NAUFRAGIO

La prima cosa da fare, credo, ragionando intorno alle poesie di Kikuo Takano, è difenderle contro una lettura banalmente “poetica”: il vuoto, lo smarrimento dell’anima, il miracolo della natura (“rabbrividiscono i fiori di mimosa”), l’amore per la vita – genericità che potrebbero richiamare, soddisfacendo le nostre basse voglie di sublime, certo ermetismo attardato di provincia. La sua poesia è invece per eccellenza drammatica e antisentimentale, violenta asimmetrica esigente; una poesia che non ha paura di riconoscersi contraddittoria, di tacere quando è il caso, e che non cerca il facile plauso. Non per niente nasce, storicamente, dal disastro del Giappone post-bellico; Takano ricorda, lui diciottenne, l’incontro in treno con una sopravvissuta di Hiroshima. La poesia si riconosce spezzata come è in quel momento il Paese, La sintassi è squassata, il metro (per quanto si può capire dalle traduzioni, e posto che il paradigma di linearità che vige laggiù sia confrontabile al nostro) si disarticola in membri brevissimi e lunghissimi, il verso libero e contundente si impone come esigenza psicologica; “Arechi”, il nome della rivista che ospita le sue prime prove mature, in giapponese significa letteralmente “deserto”, “terra desolata”. Aridità, desolazione, frammentazione sono prima di tutto dei dati fisici, creaturali – per salvarsene esprimendoli l’unica via è quella della cultura, che per Takano è fin dall’inizio una cultura razionale, lucida, di matrice filosofica e scientifica (mai dimenticare che è stato un buon matematico, autore di importanti ricerche sulla formula del pi greco).
Takano legge Heidegger, che già per suo conto si era interessato allo zen; poi legge Jaspers, in un testo cita Merleau-Ponty. Esistenzialismo e fenomenologia occidentali lo rafforzano nell’idea di distinguere l’Essere dall’esistere: sotto (o sopra) la vita di tutti i giorni c’è un Fondamento non visibile che dà senso al visibile (e che talvolta si può chiamare Dio). Ma il Fondamento è assenza, vuoto; il segreto profondo dell’Essere è il Nulla. La sua educazione orientale dà a questa meditazione filosofica un colore e un calore, insomma una serenità, che noi non sappiamo concederci quando pensiamo al nichilismo o al silenzio di Dio. In un’intervista Takano definisce lo zen “una modalità di attesa molto fervida per rinunciare a se stessi”. Il vuoto è apertura, possibilità di uno sguardo che va oltre, liberazione dalla prigione dell’io; l’uomo è l’Interrogante per definizione, “appeso a un gancio dove non c’è nulla da appendere”. La domanda è forse la figura retorica dominante nei suoi testi, fitti di punti interrogativi – l’uomo consiste solo se moltiplica le proprie incertezze, come la trottola sta in piedi solo finché gira. Ma questa intuizione (e allegria) metafisica non libera affatto Takano dalla disperazione personale: il vuoto che è radice dell’essere, come nella fuga senza fine di due specchi affrontati, è omologo alla solitudine, alla distanza inesorabile che separa le persone.
Sempre (tranne forse in alcune pacificate poesie della vecchiaia) nel mondo di Takano gli amanti non comprendono il loro legame che nell’istante in cui si separano: “se la gente s’abbraccia si moltiplicano le solitudini, e dall’abbraccio nasce una nuova solitudine”. Dall’incontro scaturisce l’addio, perché le domande dell’uno divergono da quelle dell’altra: “mai ci siamo abbracciati, perché/ eravamo per noi stessi un labirinto”; tra le persone diventa difficile anche dire “scusami”, l’incomprensione è più seria del malinteso caratteriale, avvicinandosi a uno spaesamento più sociale che psicologico (da noi negli anni Sessanta la si chiamava “alienazione”). Takano in questo è severo, esige che la coscienza dell’isolamento singolare sia bevuta fino alla feccia: “possa cadere fino in fondo/ quello che cade” (altrove, con più cinico disincanto, “ognuno viva il proprio inferno”). Anche da noi l’esistenzialismo ha portato a disperazioni analoghe, basta chiedere a Sartre. Quando nell’assoluta beata sospensione del vuoto zen (“né fuori né dentro al cerchio dell’essere, ma proprio sopra la sua circonferenza”) si inserisce quella “bestia ostinata e affamata” che è il desiderio, allora scatta il dolore. La solitudine è cercata e odiata allo stesso tempo, l’individuo è scisso in parti contraddittorie: “io sono le molle roventi/ e la mano che le stringe” (come non pensare a Baudelaire, “je suis la plaie et le couteau” ?).
A consolare giunge un concetto tipicamente buddhista, la compassione per la sofferenza universale: per l’uomo sulla spiaggia che raccoglie rifiuti, per la ragazza che ha vissuto “come se fosse la gomma per cancellare se stessa”, per gli animali le piante le cose – l’astratto ha bisogno degli uomini per non annoiarsi eternamente: “il cielo è venuto sulla terra/ per covare se stesso/ furtivamente, a tal punto/ non ne poteva più”. Se il desiderio tende a possedere le cose, la salvezza consiste nel diventare le cose invece di possederle; l’amore di Takano per la natura non ha niente di superficialmente elegiaco o, peggio, paesaggistico – è l’immersione, l’identificazione piena del proprio essere con l’essere dell’acqua, delle nuvole, delle foglie; una foglia di loto è “una mano meravigliosa/ su cui l’acqua incontra/ se stessa per la prima volta, s’accorge/ del proprio vero volto e ritorna/ alla sua luce vera”. Tutta la natura è dotata di un’anima: la pietra, essendo stata stella in origine, anela a tornare in cielo e in questa folle tensione si trasforma in bosco. (Qui sta l’amore di Takano per l’Abruzzo, dal Giappone super-industriale alla foresta selvatica, in una specie di esotismo rovesciato).
Ma, dicevo, Takano è troppo intellettuale per non fare anche della natura un simbolo; nascono allora, e sono tratti caratteristici del suo scrivere, quelle metafore distese, o meglio quei “correlativi oggettivi” (qui conta la sua appassionata lettura di Eliot, nonché di Montale) che incoronano al centro di un testo il disco, la corda, la girandola, o il fiore di loto, o il ragno, o il cigno, per farli diventare emblemi del modo di esistere su questa terra. Chiedere aiuto a tutti gli esseri per spiegare il terribile mistero dell’Essere. Perché, e su questo davvero si conclude l’avventura umana e poetica di Takano, il mezzo più alto per dare senso a se stessi e non perdersi nella disperazione è la Parola. La Parola non è che una “spirale di conchiglia” sonante del proprio vuoto, ma “nella parola c’è la via” (cioè il Tao). La parola è divina mediatrice, è musica e la musica tiene l’universo in equilibrio (molti testi di Takano sono stati musicati, e alcuni nascono addirittura come parole per musica). L’ammirevole sobrietà di Takano, il suo rigore stilistico, il suo spogliarsi di abbellimenti o acrobazie verbali inutili è del tutto coerente con la ricerca di autenticità (bisogna “sbucciarsi l’anima come il gambo dell’erba cipollina”). C’è il magistero dei tanka e degli haiku (in un testo cita con venerazione Bashō), sia pure intinti in un’angoscia tutta moderna. La depressione lo porta a sospettare l’impotenza creativa (“non possiedo/ neppure le parole che dico”), ma proprio questo non possedere segnala la forza a noi estranea della Parola. “Cosa è stata la parola per noi ?”, si chiede in una riflessione metaletteraria, e si risponde parafrasando John Kennedy “chiediamoci cosa possiamo essere noi per la parola”.
L’utilità maggiore di rileggere oggi Takano, se vogliamo per un attimo riflettere in termini di politica culturale, è proprio ricordarci la centralità della parola, e la necessità del profondo, in un’epoca in cui il rumore si è fatto assordante (tanto che lo stile non sembra più essere percepito) e in cui tutto sembra affermarsi in estensione, per pura forza di orizzontalità.
Walter Siti


Biografia

Poeta e matematico, Kikuo Takano (1927- 2006) cominciò a scrivere poesie a ridosso della Seconda guerra mondiale, con il Giappone alle prese con la più tragica di – sfatta della sua storia. L’esperienza di quella guerra, e delle bombe su Hiroshima e Nagasaki, non lo abbandonerà mai; per certi versi fu anzi all’origine della sua attività poetica, come se sentisse le parole scaturire proprio da quel disastro, le “schegge verbali” accanto “alle macerie della città devastata”. Pubblicò la sua prima raccolta, Koma (La trottola), nel 1957, cui fecero seguito L’esistenza, Tenebre come tenebre e Raccolta di poesie. Agli inizi degli anni Settanta approfondì le proprie ricerche nel campo della matematica, ottenendo risultati importanti e scoprendo formule che portano ancora oggi il suo nome. La sua ultima raccolta, Per incontrare, risale al 1995, mentre dell’anno successivo è la sua prima antologia italiana, L’anima nell’acqua, a cura di Massimo Giannotta e Yasuko Matsumoto. Nel 1998, su invito di Daniele Cavicchia, venne in Italia in occasione del festival di Pescocostanzo ‘Moto Perpetuo’, lasciando per la prima volta il suo Giappone. Fu questo l’inizio di un rapporto del tutto privilegiato con il nostro paese, che produsse fra l’altro tre nuove antologie, sempre grazie a Yasuko Matsumoto: in collaborazione con Paolo Lagazzi (Secchio senza fondo, 1999 e Nel cielo alto, 2003), e in collaborazione con Renato Minore e la Fondazione Malvina Menegaz (L’infiammata assenza, 2005).

Testi critici

Il senso del cielo, quando la parola svela da “la Città”, 18 agosto 2017, pg 14

Il poeta cresciuto a pane e Zen che incontrò Montale” di Renato Minore, da Il Messaggero, 3 settembre 2017, pg 22