ALFA&OMEGA

Istallazione permanente di Giuseppe Stampone
Chiesa SS Pietro e Andrea

La Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture ha tra i propri obiettivi statutari la conservazione, la promozione e la valorizzazione del patrimonio storico-artistico di Castelbasso. Per questa ragione, nel corso degli anni, accanto alle attività condotte nel campo dell’arte, della letteratura, della musica e del teatro, la Fondazione ha progettato e realizzato interventi mirati alla cura del patrimonio culturale, urbanistico, architettonico e ambientale del borgo. Questa idea di dialogo col territorio ha sempre coniugato la tutela dell’identità e della storia di Castelbasso con un confronto, il più ampio possibile, con la scena culturale contemporanea. In tale prospettiva si è inserita la scelta della Fondazione Menegaz di donare all’antica Chiesa Parrocchiale dei Santi Pietro e Andrea le nuove vetrate realizzate da Giuseppe Stampone.


ArtistaGiuseppe Stampone

Elaborata sul primo racconto biblico della creazione, l’opera di Stampone struttura nelle sei lastre una narrazione dell’origine del mondo che procede per il fronteggiamento degli elementi diversi integrati nel cosmo: lo Spirito e il Verbo, potenze creatrici dalle quali scaturiscono la luce e il mondo, il tempo e l’uomo, l’energia e la materia, la storia e il luogo della stessa azione divina. Così articolate, le vetrate vengono di fatti a disegnare un nuovo cerchio sacro intorno all’area liturgica, all’interno della quale l’uomo e Dio continuano ad incontrarsi.

COMMENTI E CONTRIBUTI AL PROGETTO

La Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture dal 2008 si adopera, con la sua attività, per conservare e valorizzare il patrimonio artistico di Castelbasso, specie quello della chiesa parrocchiale. Poiché il 17 giugno del corrente anno ricorre il centenario della nascita di Malvina Menegaz di cui la Fondazione porta il nome, questa ha voluto dimostrare ulteriore attenzione alla chiesa, arricchendola con sei finestre di certa valenza artistica. Per questo ha affidato la loro progettazione a Giuseppe Stampone, artista di fama internazionale. È sintomatico che il Maestro nella progettazione delle finestre si sia ispirato a delle parole attinte alla Genesi, sintetizzando in esse estetica e spiritualità. Non è la prima volta, infatti, che la Bibbia è stata fonte di ispirazione delle opere che ornano la nostra chiesa. L’esempio primo ne è il portale del 1338 dove è intuibile un evidente richiamo al Primo Libro dei Re in cui si parla delle pareti del tempio di Gerusalemme ricoperte con sculture di palme e di fiori, che sono scolpiti anche nel portale della chiesa castelbassese, non a caso. Difatti le palme non sono piante autoctone abruzzesi, sicché il rimando biblico è voluto. Mi piace sottolinearlo, questo rimando, perché esso è un precedente simbolico dell’opera di Stampone e questa ne rappresenta la continuità artistica che nei secoli ha abbellito la chiesa di Castelbasso.

Osvaldo MENEGAZ
Presidente della Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture

Quando meno di un anno fa Osvaldo Menegaz propose alla comunità parrocchiale di Castelbasso di voler offrire in dono, in occasione dei cento anni della mamma, la sostituzione delle vecchie finestre della chiesa parrocchiale con delle vetrate artistiche, penso che l’immaginazione di tutti sia volata alle bellissime vetrate delle maestose cattedrali gotiche, senza renderci conto del cammino evolutivo dell’arte.
L’accoglienza e l’apprezzamento di un’opera contemporanea, figlia del nostro tempo, mostra in tal senso anche la maturità della nostra gente e della nostra parrocchia. Si pone, anzi, come una sfida che la Chiesa oggi deve raccogliere: quella di condividere il cammino, anche artistico, degli uomini e delle donne che la costituiscono, guardando con rispetto alla propria storia, senza lasciarsi appesantire tuttavia dall’ingombro di una memoria illustre.
Nel dialogo tra antico e moderno, nel saper conservare ma anche creare opere nuove (spesso cariche di un linguaggio che trasmette l’ansia di una ricerca non pienamente compiuta), si evince la portata culturale ed ecclesiale di questo dono che con piacere la nostra comunità parrocchiale ha ricevuto e con il quale imparerà a convivere e a crescere.
Il nostro ringraziamento va alla Fondazione Menegaz, nella persona del presidente, all’artista Giuseppe Stampone e al direttore dell’ufficio diocesano di arte sacra don Filippo Lanci, che insieme ci hanno permesso di accogliere questa sfida e di arricchirci di una nuova opera d’arte.

Don Giulio MARCONE e Don Emidio SANTICCHIA
Parroci

  • L’arte cultuale reca in sé impressa la connotazione di incompiutezza, caratteristica intrinseca resa necessaria dalla sua finalizzazione allo spazio e all’azione rituali, che la colloca all’interno di un sistema di segni e dispositivi destinati ad attivare e mediare la pratica religiosa. Ciò significa che un’opera d’arte sacra, ben oltre la perfezione del manufatto e le qualità formali, è da ritenersi compiuta, concretamente, solo nel complesso delle molteplici fruizioni per le quali è stata prodotta. È dunque il culto, cerimoniale o privato che sia, a costituire la dimensione non oggettivabile e imprescindibile che determina il compimento dell’opera.
    Sebbene non sia corrisposta propriamente a quella di un arredo liturgico, di un’opera, cioè, destinata a sacralizzare uno spazio e ad occuparne il fulcro, la creazione delle vetrate per la Chiesa parrocchiale di Castelbasso firmata da Giuseppe Stampone, s’inscrive in questo genere di operazioni. L’intervento sulle finestre di una chiesa è parte dell’edificazione del recinto, il primo e più esterno, che separa l’area sacra dal contesto urbano circostante, in vista dell’allestimento di un ambiente capace di accogliere e significare l’esperienza religiosa nella sua dimensione comunitaria. Le vetrate hanno assunto così due funzioni: segnare le pareti dell’aula e modellare la luce al suo interno.
    La liturgia cristiana, è noto, oscilla continuamente tra l’evocazione dell’evento fondante la vita della comunità -cioè l’inizio dell’esistenza umana del Verbo Figlio di Dio e la sua Pasqua storica, a loro volta ricapitolazione e compimento di tutta la prima Storia sacra- e la situazione che la comunità stessa vive nel tempo presente. Le vetrate blu evocano l’antecedente simbolico degli eventi celebrati, l’atto primo della salvezza: gli inizi del cosmo e dell’umanità. Elaborate sulla struttura dell’esamerone biblico e organizzate lungo l’asse longitudinale della chiesa, le lastre sintetizzano la narrazione di Genesi nel gesto creativo delle Potenze eterne Spiritus e Verbum, in controfacciata, dal quale scaturiscono le quattro creature che si fronteggiano e integrano nel corpo dell’aula: l’energia e la materia, il tempo della storia e l’umanità, queste ultime ambiti dell’avvento messianico e quindi collocate nel presbiterio. A sua volta, il racconto è affidato alla condizione della luce naturale che attraversa i vetri e rende possibile l’emersione e la leggibilità delle parole-segno, in un atto creativo perenne originato dal sole. L’alterazione della luce prodotta dai vetri all’interno dell’aula, determina la percezione di uno spazio non domestico, dotato di prerogative carismatiche, che lo traslano già nella creazione nuova e definitiva. L’intervento dell’artista non costituisce che l’inizio dell’opera. Il resto lo compie la luce.

    Don Filippo LANCI
    Direttore della sezione per l’arte sacra dell’Ufficio Liturgico della Diocesi di Teramo-Atri

ANICONICA. Conversazione tra Laura Cherubini e Giuseppe Stampone.

Per l’antica chiesa dei Santi Pietro e Andrea a Castelbasso Giuseppe Stampone ha realizzato una serie di 6 vetrate dedicate ai 6 giorni della creazione. Si tratta di vetri fatti a mano, monocromi blu con scritte, dove le superfici sono lucide e le parole opache. Le parole sono: SPIRITUS, VERBUM (declinate al nominativo in quanto soggetti della Creazione), LUCEM, MUNDUM, TEMPUS, HOMINEM (declinate come complementi oggetto in quanto oggetto della creazione).

L.C.- Queste vetrate monocrome sembrano simulare superfici fatte a penna biro blu, quella che tu hai eletto a tuo strumento privilegiato di lavoro.

G.S.- Sì, sono i miei blu, quelli delle mie penne biro. Sono monocromi con la parola: ho pensato che la luce che sarebbe andata a sbattere su queste scritte avrebbe manifestato la parola di Dio. Al buio non le percepisci, si manifestano solo con la luce, è il ciclo della giornata che permette l’apparizione della scritta.

L.C.- Giuseppe, tu di solito lavori sulla comunicazione e sul suo principale strumento, l’immagine, che, soprattutto nell’era di Internet, ci assedia ovunque. Nelle chiese di solito la narrazione religiosa avviene attraverso una grande fioritura di immagini emergenti da affreschi, mosaici e anche vetrate. Qui invece sembri aver rovesciato del tutto il problema dell’iconografia.

G.S.- Mi interessava l’antitesi dell’iconografia, non ho pensato a Masaccio, ma a Beato Angelico.

L.C.- Probabilmente al Beato Angelico quasi astratto a cui ha guardato anche Carla Accardi nel suo giovanile soggiorno fiorentino…

G.S.- Quello del Cristo deriso del Convento di San Marco, quello minimalista. Anche nel mio lavoro più recente ho disegnato le 3 montagne della mia vita, Gran Sasso, Majella e Monte Bianco (dove sono nato in Francia), legate a mio padre, a mia madre e a me. Ne ho fatto dei quadri che ho ribaltato e che non puoi vedere perché li ho legati al muro. Davanti ho riprodotto la Resurrezione di Piero della Francesca perché la prospettiva è un fatto politico. La prospettiva blocca l’elemento naturalistico e gli esseri umani.

L.C. Quindi stai spostando l’attenzione dagli aspetti simbolici, contenutistici e narrativi delle immagini alle strutture portanti dell’immagine stessa (la luce, la prospettiva…). Il titolo del ciclo è Alfa & Omega.

G.S.- Volevo far uscire le vetrate dall’autoreferenzialità legata alla tradizione delle vetrate stesse. La narrazione è inutile. Il Gotico internazionale racconta in modo didascalico e sequenziale l’episodio. Invece in Alfa & Omega c’è già tutto. Inutile rappresentare.

L.C.- C’è già tutto, dall’inizio alla fine, la rappresentazione vi è già riassunta. C’è una visione non analitica, ma sintetica. Questo fatto potrebbe sorprendere, perché tu hai sempre lavorato su Internet che è anche e soprattutto uno sterminato repertorio di immagini.

G.S.- Ho voluto annullare questo aspetto. Sto tornando all’essenza. Nelle vetrate questo si legge pienamente.

L.C.- Stai annullando il discorso iconografico.

G.S.- Il contesto ha fatto la differenza. Le vetrate nascono dal Medioevo con la lavorazione detta cloisonnée e con complesse narrazioni come le Storie della Vera Croce… Oggi invece c’è una mancanza di contenuto dell’immagine. Vedo nei file di immagini di Internet una realtà vuota e cerco di restituirgli un contenuto, un senso, attraverso il mio riprodurli a mano. Con le vetrate penso di essere arrivato al momento più minimale del mio lavoro: nell’opera c’è già l’inizio e la fine, non c’è bisogno di spiegazione.

L.C.- Accantoni quindi completamente l’iconografia. L’unico precedente, pur nella grande diversità, che mi viene in mente è la vetrata che divide l’interno della Chiesa del Santo Volto di Piero Sartogo a Roma dalla sacrestia: una vetrata trasparente con segni bianchi. Carla mi disse di aver pensato a un suono, sottile, ma persistente.

G.S.- Sono il primo a essere curioso di vedere finalmente il risultato. Sono vetri artigianali che vengono dagli USA. Si tratta di una colorazione blu degli anni ’70. Dopo queste ultime lastre non si troverà più. Sono sempre stato affascinato dalla spiritualità. Considero il Piero della Francesca della Flagellazione e della Madonna del parto e il Beato Angelico delCristo deriso (sarebbe interessante un confronto con Magritte e i surrealisti!) come artisti concettuali. Volevo fortemente andare fuori da una narrazione non solo iconografica, ma anche storica. Trascorso molto tempo si vedrà che iconograficamente c’è stata una presa di posizione forte.

L.C.- La vetrate fragili e leggere, incastonate nelle spesse mura delle cattedrali gotiche, ne accentuavano i contrasti dimensionali contrapponendo la frastagliata decorazione all’allusione all’infinito. Attraverso la tecnica del cloisonné(campiture di pasta vitrea di diversi colori scandite da filamenti metallici) coniugavano il disegno e il colore e soprattutto costituivano il confine tra l’interno spirituale e il mondo esterno, una sorta di membrana permeabile tra l’anima e la realtà naturale attraversata dalla luce.

Ora vediamo un’opera sulla creazione realizzata attraverso la luce stessa, la materia che permette il fenomeno stesso del vedere, la più immateriale e spirituale delle sostanze.

Laura Cherubini

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